Parrocchia Gesù Lavoratore

Obbedire alla conversione

Articoli - 22 gennaio 2012

Una vita libera e gioiosa

La potenza della parola divina che chiama e invia in missione; il mistero della vocazione per cui un uomo si sente interpellato e spinto a riorientare la propria vita; il tema della conversione; l’obbedienza del chiamato; le esigenze della predicazione: sono questi alcuni elementi che uniscono il messaggio dell’Antico Testamento e del Vangelo.
Gesù predica il vangelo di Dio; Paolo dirà: “Noi non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo Signore” (2Cor 4,5). La chiesa non annuncia se stessa, ma il Regno di Dio: vale anche per la chiesa che chi guarda a se stesso e parla di sé, in verità perde se stesso. Predica autenticamente la Parola chi la ascolta e vi si sottomette fino a diventarne servo e testimone. La chiesa vive del proprio continuo superamento e trascendimento nel Regno, vive della proclamazione della propria provvisorietà e del suo assorbimento nel Regno futuro verso cui è pellegrina. Predicare il vangelo di Dio significa discernere il senso del tempo alla luce dell’evento pasquale, testimoniare la regalità di Dio sulla propria esistenza e chiedere conversione e fede vivendole in prima persona. L’annuncio cristiano proclama che Dio in Gesù Cristo cerca e raggiunge l’uomo nel suo quotidiano, attesta il primato dell’iniziativa e della misericordia di Dio, ma comporta anche la richiesta delle esigenze del Regno: conversione e fede. Dunque: cambiamento di vita, coraggio di riconoscere che la strada si sta percorrendo è sbagliata e ritornare, invertire la direzione di marcia; quindi fede, adesione a Gesù Cristo, quale Signore della propria vita, della chiesa e della storia. Il testo evangelico esprime la vocazione come sguardo del Signore sull'uomo. Nella vocazione il chiamato si sente abbracciato – nel proprio passato, presente e futuro – dallo sguardo del Signore, interpellato dalla sua promessa, si conosce e si vede con maggiore chiarezza, anche al futuro, e risponde alla promessa con la sensata follia della radicalità che lo porta a impegnare anche il proprio futuro. Il chiamato accetta di lasciare entrare nella propria vita la novità di Dio e di rispondervi senza tergiversare, senza porre condizioni, senza predeterminare le prestazioni: si tratta di seguire Cristo e basta, senza sapere prima dove questo potrà portare e cosa questo potrà comportare. La vocazione cristiana, che ha la sua figura necessaria e sufficiente nel battesimo, non si colloca sul piano del fare, ma dell’essere. Essa riguarda il senso radicale dell’esistenza, ha a che fare con il mistero della persona, concerne ciò che dà fondamento alla vita di un uomo e coinvolge un’esistenza personale nell’insieme di tutte le sue relazioni: con Dio, con sé, con gli altri, con la realtà. Contro ogni edulcorazione del messaggio cristiano (quasi che questo lo rendesse più accoglibile), la predicazione cristiana non predica norme morali, né una massa di dogmi, ma la persona di Gesù Cristo e la sua “pretesa” sulla vita di un uomo. Il “sì” detto a tale chiamata si esplicita con la capacità di dire dei “no”, di rinunciare, di abbandonare, di lasciare. Obbedire alla chiamata cristiana implica un rinascere a vita nuova e ogni nascita comporta il taglio di un cordone ombelicale, una dolorosa rottura. Dove trovare la forza per questo se non nell'amore di e per Colui che chiama e la cui parola dischiude all'uomo un orizzonte di sensatezza che abbraccia anche il futuro? Il chiamato sperimenterà la forza trasformante della grazia che fa di un “pescatore” un “pescatore di uomini”, ovvero, che si innesta nell'umanità precisa del chiamato senza violentarla ma risignificandola nella sequela di Cristo.
Lungi dall'essere qualcosa di predeterminato da scoprirsi in modo vagamente magico o fortunato, la vocazione cristiana è un evento spirituale che “accade” nell'incontro tra la radicalità delle esigenze evangeliche e una persona nella sua libertà e verità personali. Alla chiesa e alla sua predicazione il compito di farsi eco e testimone credibile delle esigenze del “vangelo di Dio” (Mc 1,14).

Luciano Manicardi, comunità di Bose

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