Parrocchia Gesù Lavoratore

Il cambio di orizzonte

Articoli - 26 settembre 2010

La comunità che io sogno: una scuola di perdono e valorizzazione perché ognuno si senta a casa

Il Beato Giovanni XXIII nei suoi primi sogni o dormiveglia di papa, angosciato da qualcosa, si dice dicesse: "Come farò? Bé, lo dirò al papa! ...Ma il papa sono io e dunque tocca a me".
Non è certo sempre facile portare avanti le responsabilità che ci sono date, a volte si tende a delegare quasi per chiamarsi fuori dalle questioni, dalle situazioni, dalle fatiche; ma poi a pensarci bene ci si rende conto che tutto riguarda me e la mia vita, che nulla di quello che mi circonda mi è estraneo e nulla può essere totalmente delegato ad altri. Tutto questo è frutto dei legami cercati o capitati con persone, situazioni, luoghi e tutto questo ci pone nella consapevolezza di san Paolo quando dice che "tutto è vostro" (1 Cor 3, 23).
Il Santo Padre ci ricorda sempre che all'inizio dell'esperienza cristiana c'è l'incontro con Gesù e incontrandolo capiamo quello che più è importante per Lui: la persona. Così anche noi, camminando dietro il Buon Pastore, lo imitiamo e per noi diventa importante ciò che Lui ci indica come l'unica via da seguire.
Allora come può essere vissuta la vita del cristiano? Che tipo di nuova chiamata cristiana il Buon Dio ci pone innanzi all'inizio di questo nuovo anno? A quali conversioni siamo chiamati?
Rimango sempre affascinato dall'identità delle prime comunità cristiane: "Vedi come si amano" era ciò che restava nella mente e che si palesava al di fuori della comunità. Questo era un importante insegnamento che tutti i membri della Chiesa nascente vivevano prima di tutto per se, per poter incarnare appieno il Vangelo e così rendere - quasi naturalmente - la buona testimonianza di fede.
Non tutto chiaramente sarà sempre andato bene, ci saranno stati momenti di tensione (basti pensare a quanto raccontato in At 15) ma ciò che era chiaro anche in queste situazioni era che l'altro mi è dono e da questa convinzione sgorgava spontanea la correzione fraterna, fatta con carità e amore, finalizzata a trovare il bene dell'altro e di sé. Si capisce bene, allora, il perché Paolo scrivendo ai Galati dice: "Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" (Gal 5, 15) e ai Romani dice: "amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda." (Rm 12, 10). Dentro queste due considerazioni si pone la vita di ogni famiglia, di ogni Associazione e anche la vita della Chiesa, la famiglia di famiglie.
Pensando e ripensando alla nostra comunità credo che lentamente ci si stia incamminando in questa direzione. La strada è ancora lunga, ma se c'è la volontà da parte di tutti le cose possono radicalmente cambiare. Su questo punto vorrei soffermarmi a riflettere a partire dalla mia esperienza in mezzo a voi.
Ci vuole un "cambio di orizzonte" che per primo devo cercarlo e viverlo io. San Pietro, parlando dei pastori, dice: "Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge" (1 Pt 5, 2-3) ecco perché prima tocca a me, per essere modello! Ma dopo me tocca a ciascuno di noi vivere così.
In questi due anni ho colto come un grande dono la generosità di tempo, di energie e anche di denaro che taluni di voi mettono a servizio della comunità; l'attenzione alle persone più povere; l'amore per la chiesa; la voglia di rimettere in moto il patronato. Vi confesso che a volte mi sono sentito estraneo a questa passione bella e questo mi è servito - e mi continuerà a servire - da stimolo per tentare di essere un buon pastore.
La mia prossima nomina effettiva a parroco la leggo come un dono di grazie per me ma per tutti voi e come un aumentare di responsabilità che mi viene chiesto. Ma anche come un incentivo affinché tutti noi impariamo a vivere bene assieme.
Questo è una nota un po' stonata, credo, che ricade su tutta la comunità: da qualche tempo nelle omelie della domenica mi soffermo - anche a rischio di essere pesante!!! - su questo punto. L'impressione è che dentro la comunità ci siano più gruppetti che quasi per forza, a volte, si trovano a dover stare assieme per lavorare, ma che non si cerchi né la compagnia dell'altro, né di chiarire situazioni, discorsi, episodi che possono essere equivoci. Questo genera inevitabilmente pettegolezzi che appesantiscono e inquinano la vita stessa della comunità.
Mi domando allora come posso fare per aiutarci (io e voi) a eliminare i muri dell'incomprensione, del pre-giudizio, delle opinioni sbagliate e costruire rapporti veri nei quali non tutti la pensano per forza allo stesso modo, ma attraverso i quali tutti possono - partendo dalle diverse posizioni - arricchire la vita rimanendo in comunione gli uni con gli altri e volersi bene, sostenersi, stimarsi.
La risposta forse la potremmo trovare se imparassimo ad ascoltarci, ognuno per conto proprio, se ci domandassimo che cosa passa nel mio cuore; come sto vivendo la mia vita. Quali sono i valori che realmente contano per me?
Gesù lo faceva spesso passando notti intere in luoghi solitari... in preghiera! Già la vecchia preghiera è la chiave di volta per tornare a vivere bene assieme: "Misericordia io voglio, non sacrifici" (Mt 9, 13) dice Dio. Non una serie di parole, ma l'atteggiamento giusto per assumere lo stile di Dio la preghiera va fatta!!!
Ecco l'importanza della messa domenicale. Quella stretta di mano allo scambio della pace io devo poterla fare perché cerco, promuovo, lotto per la pace perché tutti possiamo andare d'accordo e non perché è prevista dal rituale; quel pane di cui mi nutro deve farmi diventare pane spezzato per tutti, vita donata a tutti a quelli che mi considerano amico o nemico; il cantare assieme deve essere il segno dell'armonia tra tutti noi, armonia che non porta rancore, astio, invidia nei confronti di nessuno.
Il Sacramento della Riconciliazione perché è così poco frequentato? Perché mi costringe a guardarmi nudo allo specchio (con le mie paure, i miei limiti, le mie durezze, il mio peccato) e lasciarmi guardare nudo raccontandomi.
Ecco, la comunità che sogno e che mi impegnerò con tutte le mie forze a costruire è una comunità che è famiglia, dove tutti devono sentirsi a casa, valorizzati, considerati; dove il più piccolo non sia relegato in un angolo; nella quale tutti i carismi e le diversità possano dialogare, suonare assieme; dove tutti possano respirare l'aria della pazienza, della misericordia e del perdono; dove volentieri ci si corregge con carità. Questa è la comunità degli uomini e delle donne già risorte.
L'obiettivo è alto, la strada in salita ma mi auguro vivamente di percorrere questo sentiero assieme a tutti voi.

don Luca

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