Parrocchia Gesù Lavoratore

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21 marzo 2010

Il perdono come stile di vita nuova

Sfuggire il mondo di maschere per vivere il reale

L'episodio sul quale il vangelo odierno ci invita a riflettere, ma più in generale tutta la liturgia della Parola, ci pone davanti un quesito duro e a volte aspro: come, chi, quanto e al quali condizioni dobbiamo perdonare? Non è sempre facile né dare perdono, né riconoscersi bisognosi di perdono.
La società di oggi rischia di imprigionarci nella frenesia della vita e a non lasciarci più tempo per pensare a come ciascuno di noi vive, a quante volte tutti noi sbagliamo, a come stiamo (o abbiamo già) impostato la vita: diventiamo superficiali, fragili, scontati. E così se da una parte troviamo l’idea che vale chi più ha, ci dimentichiamo che non sono le cose che fanno gli uomini e le donne arrivati, ma ciò che ciascuno di noi è!
Ecco perché nello scorso numero accennavo alla necessità di rimettere al centro l’educazione e come anche la nostra comunità debba lavorare su questo tema.
Certo è che il perdono mette in moto tutta una serie di meccanismi importanti per la buona crescita della persona e, in ultima analisi, per la bella vita di ciascuno. Impariamo a capire il bisogno che abbiamo l’uno dell’altro, così da essere interessati alla vita delle persone che ho attorno; la fatica bella e fruttuosa del necessario cambiamento - la conversione!; ma soprattutto impareremo a partire da noi, dal mio io per capire chi sono e come posso pormi con verità e sincerità davanti all’altro.
Non è il “mondo di maschere” la città o la comunità che tentiamo di costruire: trasparenza, coerenza, testimonianza non devono essere slogan, ma devono lentamente diventare stile di vita, il nostro modus vivendi per poterci incontrare. Di contro non bisogna neppure pensare che solo il perfetto trovi posto nelle nostre assemblee domenicali o nei locali del Patronato e nelle nostre strade.
È il testimone che in modo imperfetto tenta di vivere nel mondo pur non essendo del mondo che può camminare senza sentirsi in fallo, perché lui è consapevole del bisogno di amore che ha, è consapevole del bisogno di perdono che ha, del bisogno di essere aiutato e sradicato - a volte - dalle sue piccole certezze che, seppur non gli fanno fare tanta fatica, non gli permettono neppure di progredire verso la meta comune a tutti, quella della santità.
Vivere così come comunità educante (cioè che educa ed è educata) a mio modo di vedere è la grande sfida che tutti noi, senza esclusione di nessuno, dobbiamo prenderci e aiutarci a vivere.
Ecco allora un piccolo spiraglio della Gerusalemme celeste che tocca la nostra umanità.

don Luca

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