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Riscoprendo la celebrazione eucaristica: Il silenzioArticoli - 1 febbraio 2026

Un grande studioso molto amato da Papa Francesco, il prof. Romano Guardini, alcuni anni fa scrisse: «La vita liturgica inizia con il silenzio, senza di esso tutto è inutile e vano: il tema del silenzio è molto serio, molto importante e purtroppo molto trascurato. Il silenzio è il primo presupposto di ogni azione sacra. Il silenzio è il “grembo” della liturgia».
Forse sono due i modi per capire il senso del silenzio nei riti. Il primo modo riguarda il ritmo con cui si svolgono le celebrazioni. Le nostre messe, i nostri vespri, i nostri incontri di preghiera spesso sembrano senza pause, senza stacchi, senza soste. Appena finiamo un rito ne iniziamo subito un altro. Se leggiamo un’intenzione della preghiera dei fedeli, ne aggiungiamo immediatamente un’altra, senza il minimo intervallo. Se proponiamo un brano biblico, lo facciamo subito seguire dal salmo cantato, senza la più piccola sosta. Per non parlare dell’assenza di pause di ringraziamento dopo la comunione.
Eppure una celebrazione dovrebbe essere sempre ispirata da una grande tranquillità ed intercalata da pause silenziose: il rito ha bisogno di un suo “respiro”, necessita di intelligenti alternanze di pieni e di vuoti.
Spesso pensiamo che il silenzio sia un tempo da tenere vuoto per lasciar parlare Dio: ed è vero! Ma in alcuni casi il silenzio nei riti può anche essere soltanto un fermarsi per poi ripartire meglio: degli spazi di sapiente attesa (solo qualche secondo!), dei tempi per aspettare o anche solo per distendere l’attenzione.
C’è una bella differenza tra una messa dove prevale il nervosismo di attaccare un gesto o una preghiera subito dopo quelli precedenti, senza lo spazio di un respiro, e un andamento celebrativo tranquillo, ritmato, ampio.
Quindi, prima cosa da fare: evitare ogni forma di fretta, tendere alla massima tranquillità e a non accalcare troppo i nostri riti.
Ma c’è anche un altro modo per capire il senso del silenzio nelle nostre celebrazioni. I riti non sono delle cose da capire ma delle cose da vivere: in essi dobbiamo fare spazio a Dio che ci parla e ci salva, e lasciare spazi per la nostra risposta a lui.
Quando celebriamo dobbiamo imparare a spegnere il rumore di fondo della nostra vita, perché solo nel silenzio spicca, si staglia l’amore di Dio e la risposta dell’uomo a quell’amore. Dobbiamo creare delle “soglie” dove fermarci ed attendere. Forse Dio sta per parlarci, oppure una decisione sta per nascere nel nostro cuore: solo se facciamo silenzio potremmo vivere quei momenti di grazia.
E quindi, seconda cosa da fare: creare dei momenti di vero silenzio per ascoltare più profondamente la voce di Dio e per dargli una risposta che ci viene da dentro.
Nello spartito di una sinfonia di Beethoven sono riportati anche dei piccoli simboli: attraverso di essi il grande compositore spiega – ad esempio – che i violini dell’orchestra devono tacere per qualche istante da quel momento in poi. Bene: quei segni non indicano dei vuoti sonori, non sono una mancanza di melodia, ma sono una “musica” composta da Beethoven stesso! Anche i silenzi di una composizione musicale, in qualche modo, sono musica.
Ed anche il silenzio è una forma (fondamentale e indispensabile) delle nostre celebrazioni.
Gigi Malavolta