Settimanale parrocchiale
Il perdono è la vita!
Il padre misericordioso ci insegna la libertà

Nella parabola viene anzitutto esaltata la «misericordia» divina. Dentro una storia di rifiuto dell'amore, di miseria e di peccato, Dio risalta per il suo amore infinitamente più grande di ogni chiusura umana.
Il figlio minore che rifiuta di essere amato e reclama per sé un'illusoria libertà «è in certo senso l'uomo di tutti i tempi» (cf Dio ricco di misericordia, 5). Non sapendo valutare il rapporto con il Padre come una relazione liberante, il figlio si allontana, ma la sua stessa avventura si incaricherà di far crollare le illusioni e di sottolineare l'insipienza del gesto. «Il dramma della dignità perduta, la coscienza della figliolanza sciupata» (ivi) viene a galla nel momento dell'abiezione, della solitudine, della fame. Nell'animo del prodigo matura la decisione del ritorno che sembra obbedire più a un calcolo opportunistico che a una profonda convinzione; nei suoi calcoli non rientra l'ipotesi di una piena reintegrazione. Ma l'atteggiamento del padre mostra che «un figlio, anche prodigo non cessa di essere figlio» e che tale rapporto di amore «non poteva essere né alienato, né distrutto da nessun comportamento» (ivi).
Il peccato è stato giustamente definito «una diminuzione dell'uomo» (GS 13, un autolesionismo che la Bibbia qualifica come «sbagliare direzione», «fallire il bersaglio» e perciò una delusione. Se l'uomo non se ne avvede è perché il rapporto con Dio, fonte di vita e di libertà, è un rapporto insignificante, se non addirittura inesistente. La realtà del peccato, nella sua dimensione verticale ed orizzontale, nelle sue conseguenze negative si può cogliere solo quando si ricupera il senso di Dio e la sua immagine autentica. Ritrovare Dio é ritrovare se stessi. Nell'intraprendere la strada del ritorno al Padre, il prodigo ha fatto ritorno «alla verità su se stesso». S.Ambrogio così delinea il significato antitetico del peccato e della conversione: «Chi ritorna al Signore si restituisce a se stesso, chi se ne allontana abdica a se stesso». Ma il ritorno è reso possibile dall'invincibile misericordia divina che non si rassegna a perdere coloro che ama. Per questo Paolo esorta ad assecondare l'iniziativa gratuita di Dio (cf seconda lettura). Lasciarsi riconciliare è lasciarsi amare, togliendo gli ostacoli della diffidenza e della sfiducia. In una parola è convertirsi. L'incontro dei due movimenti, iniziativa divina e accoglienza umana, culmina nel sacramento della riconciliazione. Celebrarlo significa «confessare» la misericordia divina prima ancora del nostro peccato. Piuttosto che umiliazione, esso è festa e celebrazione di speranza perché la Chiesa proclama che la morte e il male sono sconfitti, che la ricostruzione è sempre possibile, che il futuro rimane sempre aperto.
La parabola si conclude nel convito festoso di famiglia. Il dinamismo della riconciliazione trova il suo sigillo nell'Eucaristia: «Gustate e vedete come è buono il Signore!». Al banchetto di festa la dissennatezza del prodigo e l'intransigenza del primogenito presuntuoso trovano il loro superamento nella paternità di Colui che li accoglie e li riconcilia in una ritrovata fraternità. Nella partecipazione all'Eucaristia il cristiano è interiormente rinnovato perché i suoi «pensieri siano sempre conformi alla... sapienza» divina e impari ad amare Dio «con cuore sincero».

Fonte: www.maranatha.it