Parrocchia Gesù Lavoratore

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Gesù Lavoratore

Patriarcato di Venezia - Diocesi di Marghera

Articoli

6 Febbraio 2011

Il difficile compito di educare

La festa del patrono

Molti hanno scritto di lei. Sono stati usati chilometri e chilometri d’inchiostro. Pagine e pagine di libri, riviste, approfondimenti. Numerose personalità hanno offerto alla collettività il loro pensiero per stimolare e creare dibattito su di lei.
Associazioni, enti, organizzazioni si sono prodigati nel tentare di definirla, comprenderla, possederla, comunicarla.
Ma di chi stiamo parlando? Chi è questo soggetto così ambito che non ha lasciato, non lascia e non lascerà tranquille le persone comuni tanto quanto i grandi pensatori? È l’educazione, l’arte dell’educare.
Cosa vuol dire educare? Attingendo dal latino, e-ducere vuol dire condurre fuori, quindi liberare, far venire alla luce. Socrate parlava di maieutica cioè l’arte del far partorire.
Potremmo dire allora che educare è aiutare una persona a portare fuori quelle parti di lei che sono già presenti, ma che non si conoscono e questo grazie alla presenza di altri che, attraverso il loro esempio, ci aiutano quasi a nascere di nuovo.
Il tema, come ben si capisce, è sicuramente impegnativo ed estremamente grande: il nostro Patriarca più e più volte ci ha ricordato il bisogno di rigenerarsi, della necessità di una comunità educante, il valore forte e necessario della testimonianza e anche la Conferenza Episcopale Italiana dedica l’attuale decennio (2010-2020) al tema dell’educazione le cui indicazioni sono contenute nel documento “Educare alla vita buona del vangelo”.
Queste piccole indicazioni fanno saltare all’occhio due aspetti molto importanti che spesso vengono dimenticati: il bisogno di relazioni buone e la testimonianza.
Relazioni buone vuol dire prima di tutto imparare a conoscersi come singoli per poter donarsi con la massima libertà all’altro costruendo rapporti solidi e significativi. Vuol dire capire quale strada percorrere per rispondere in modo giusto e leale alla propria vocazione che altro non è che trovare il proprio bene e conseguentemente quello dell’altro. Il libro degli Atti degli Apostoli al capitolo secondo ci ricorda che tra i membri della comunità cristiana tutto era messo in comune e serviva per il sostegno di tutti (il diaconato nasce proprio per aiutare i più bisognosi). Educarsi alle buone relazioni è educarsi ad una vita sana, attenta all’altro, ad una vita solidale.
Da qui nasce l’altro aspetto, quello della testimonianza: rapportandomi all’altro in modo sano - san Paolo direbbe “facendo a gara nello stimarsi” e senza spadroneggiare su nessuno - daremo naturalmentela nostra testimonianza su che cosa e su come per me è fondamentale per vivere. L’attenzione da avere è che il tutto non sia basato su un fragile e banale rispettare regole che non si sa bene da dove nascano. Il moralismo, dunque, è il nemico da fuggire.
Se invece impariamo a capire che all’origine della vita buona c’è l’incontro con la persona di Gesù, incontro che cambia radicalmente la nostra vita e le da la direzione decisiva, impareremo anche a vivere radicati e fondati su Cristo capendo come Lui sia l’uomo compiuto che offre a tutti la possibilità di vivere la Sua stessa esperienza.
Oggi credo abbiamo tanto bisogno di modelli, di testimoni, da seguire: il messaggio che troppo spesso passa è che tutti possono fare quello che vogliono che tanto va sempre bene e tutti sono sempre giustificati. I mass media ci propongono troppo spesso storie tristi di padri, madri, figli, uomini di Chiesa, politici...che immagine avranno le giovani generazioni della nostra Italia? Quale dell’impegno politico? Quale ancora di chi dedica la vita a Cristo?
Eppure - ne sono più che convinto - tanta gente, nel silenzio e nella fedeltà alla scelta fatta, vive in modo sano e vero, spendendosi per lasciare il mondo migliore; per dare fiducia ai giovani; per indicare che la strada della gioia, anche se faticosa, ti fa essere libero e vero; per far risplendere nel mondo la luce di tanti uomini e donne di buona volontà.
Il nostro San Girolamo Emiliani ha saputo incarnare tutto questo, ponendosi al servizio dei più piccoli, dei bambini e dei giovani e di chi cercava nella confusione del mondo una luce importante per dare senso alla sua esistenza.
L’impegno educativo messo in atto da Girolamo è attuale oggi tanto quanto allora. Sono cambiate le condizioni socio-economiche, ma non sono diminuiti i bisogni, anzi.
A tutti i genitori, agli educatori, a chi ha realmente voglia di compromettersi per il bene comune l’invito che faccio è quello di imparare a fare squadra e versare realmente su questa parte di mondo l’impegno serio per dare una svolta radicale al territorio che noi abitiamo. Non è facile, ma credo sia sempre più necessario.
Una frase di una canzone dice che siamo noi gli inabili che pur avendo, a volte non diamo...forse non è del tutto sbagliato!
La festa di San Girolamo ci deve aiutare a sentirci tutti parte della stessa famiglia e mettere nel cuore di ciascuno una scintilla del fuoco di Pentecoste perché, oggi come allora, sappiamo incendiare dell’amore di Dio le vite con le quali entriamo in relazione per poter fare nuove tutte le cose.

Fonte: don Luca