Sante Marana e Cira, vergini ed eremite
28 febbraio

Martirologio Romano:
In Siria, la commemorazione delle sante vergini Marana e Cira, che vissero all'aperto in un luogo piccolo e recintato, senza possedere nessuna abitazione, osservando il silenzio e ricevendo il cibo necessario da una piccola apertura.

m. Siria, 450 circa

Teodoreto dedica un capitolo (il XXIX) della sua Religiosa Historia a Marana e Cira ancora viventi quando, verso il 440, egli scriveva la sua opera.
Anziché riassumere l’inizio defila narrazione in cui l’autore presenta le sue due eroine, converrà usare le sue stesse parole. «Il loro paese (di Marana e Cira) è Berea (odierna Aleppo), dove sono discese da una razza illustre e sono state educate secondo la loro condizione e la loro nascita. Ma disprezzando tutti i vantaggi concessi loro dalla natura, esse si chiusero in un piccolo sito presso la città, facendovi murare la porta. Volendo alcune delle loro domestiche imitarle in questo genere di vita, esse fecero loro costruire una casetta, adiacente al romitorio, in cui ordinarono loro di abitare; osservando i loro atti attraverso una piccola finestra, esse facevano loro fare spesso esercizi di preghiera e le infiammavano nell’amor di Dio... Invece della porta, avevano una piccola finestra attraverso cui ricevevano ciò che era loro necessario per vivere e parlavano con le donne che venivano a visitarle soltanto durante il tempo della «cinquantina» (= tempo pasquale), trascorrendo tutto il resto dell’anno in continuo silenzio, intendo per quanto riguarda Marana, la sola che parli a queste donne. Quanto a Cira, in effetti, nessuno le ha mai udito pronunciare la minima parola. Cira, che è di costituzione più delicata dell’altra, è sempre curvata fino a terra, senza la possibilità di rizzarsi. Esse portano abiti così lunghi che coprono loro i piedi e davanti hanno una specie di velo che scende fino alla cintura e copre completamente il viso, le mani e lo stomaco».
Quando Teodoreto scriveva queste righe erano già quarantadue anni che Marana e Cira conducevano questa vita di eremite, rendendola ancor più penosa portando pesanti catene e prolungando talvolta il digiuno sino a quaranta giorni.
«Spinte dal desiderio di vedere i luoghi santi che Gesù Cristo ha onorato con le sue sofferenze, esse andarono, a digiuno, fino a Gerusalemme, mangiando soltanto dopo aver adorato Dio, e durante il ritorno ripresero a digiunare, sebbene occorressero non meno di venti giorni per fare un così lungo cammino». Un’altra volta esse andarono allo stesso modo in Isauria per visitare la chiesa di santa Tecla, la protomartire. Col passare del tempo Marana e Cira non rallentarono in questo modo di vita, al contrario, esse andavano con un ardore senza posa rinnovellato verso la corona che il Cristo doveva mettere loro sul capo dopo la loro vittoria.
Ignoriamo la data della morte di Marana e Cira essendo Teodoreto la nostra unica fonte.
I sinassari bizantini commemorano le due sante eremite al 28 febbraio, ma si tratta di una data scelta arbitrariamente. H. Delehaye ha infatti dimostrato come i trenta asceti (o coppie di asceti) ai quali Teodoreto aveva dedicato un capitolo della sua Religiosa Historia, siano stati introdotti in blocco nei sinassari, nello stesso ordine con cui erano citati dallo stesso Teodoreto, in date che vanno dal 13 gennaio al 1° marzo.
In Occidente Marana e Cira non hanno avuto uno speciale culto prima che C. Baronio le introducesse insieme al 3 agosto, data arbitraria quanto le precedenti, nel Martirologio Romano. Nelle adnotationes a questo giorno egli fa direttamente riferimento a Teodoreto, poiché i calendari bizantini che aveva a disposizione (in particolare il cosiddetto Menologio del cardinale Sirleto) non portavano, al 28 febbraio, la memoria di Marana e Cira.

Fonte/autore: Joseph-Marie Sauget

Top