Beata Elisabetta Canori Mora, madre di famiglia, terziaria trinitaria
5 febbraio

Martirologio Romano:
A Roma, la beata Elisabetta Canori Mora, madre di famiglia, la quale sopportò con infinito amore e cristiana pazienza l'infedeltà del marito, le difficoltà economiche e le maligne dicerie dei vicini, offrendo la vita al Signore per la conversione dei peccatori, per la salvezza, per la pace e la santità, aggregandosi al terz'Ordine della Santissima Trinità.

Roma, 21 novembre 1774 - 5 febbraio 1825

Un matrimonio, che sembra il coronamento di una meravigliosa storia d’amore, si frantuma in pochissimo tempo, tarlato da 27 lunghi anni di tradimento coniugale, con ampi spazi di lucida follia intervallati da episodi di spavalda violenza fisica, azzardi e sperperi finanziari che portano all'indigenza. È una storia di ordinario adulterio e di sfrontato libertinaggio, per nulla datati anche se risalenti a due secoli fa, in cui solo il finale è a sorpresa, perché intessuto con l'impercettibile sottilissima trama di una misericordia in “formato famiglia”.
Elisabetta Canori, bellissima e dolcissima figlia di un agiato proprietario terriero, il 10 gennaio 1796 sposa Cristoforo Mora, figlio di un rinomato medico romano che sembra avere tutte le carte in regola per essere un “ottimo partito”, in quanto colto, educato, religioso, con una ben avviata carriera di avvocato.
Sembra anche innamoratissimo della giovane moglie, il che, se è un valore aggiunto in un matrimonio d’amore autentico, finisce per essere più che un campanello d’allarme se spinto quasi all’eccesso di un’idolatria per la bellezza della moglie, costretta a non far niente per non sciuparsi o stancarsi e impedita anche di cucire o ricamare perché non le si induriscano le affusolate, bianchissime dita.
Si tratta, evidentemente, di un amore malato, che si trasforma ben presto in ossessiva gelosia: Cristoforo arriva ad impedire alla moglie qualsiasi contatto con l’esterno, inibendole la possibilità di incontrare chiunque, anche i genitori.
Altrettanto velocemente, alla paranoica gelosia subentra una glaciale freddezza e la più totale indifferenza verso la moglie, perché Cristoforo si è invaghito di un’altra donna, a causa della quale comincia a disertare il proprio lavoro e la propria casa, rientrando sempre a notte fonda, se non alle prime luci dell’alba, dopo serate di sesso, gioco e bagordi.
L’amante è riuscita ad irretirlo al punto da succhiargli progressivamente le sue sostanze e fargli trascurare la professione, riducendolo sul lastrico. E, questo, nonostante Elisabetta gli abbia partorito nel frattempo quattro figlie, due sole delle quali riescono però a sopravvivere.
Marito fedifrago e padre completamente assente, non si sente minimamente in colpa nel lasciar la famiglia priva del necessario, ma almeno ha il buon gusto di concedere, sull’educazione delle bimbe, ampia libertà alla moglie.
Lei ne approfitta per farle crescere con i principi cui si ispira, perché il tradimento, pur se sfacciatamente consumato alla luce del sole, non è riuscito ad indurirne il cuore né a mortificarne la femminilità.
Si è proposta di praticare la dolcezza, esercitare la pazienza e non adirarsi mai e così ogni notte attende il suo uomo, appena uscito dalle braccia di un’altra donna, accogliendolo come il più fedele dei mariti. Non certamente succube né da lui plagiata, diventa capace di contestargli l'adulterio con dolcezza, consapevole che quanto a lui la lega in virtù del sacramento del matrimonio, è di gran lunga superiore a qualsiasi tradimento.
Arriva addirittura a pregare per la “rivale in amore”, augurandosi di poterla avere accanto in paradiso e che ciò non sia buonismo lo dimostra insegnando alle figlie a rispettare quella donna che, umanamente parlando, davvero non se lo meriterebbe. Non per convenienza, tantomeno per servile sottomissione, resta a lui legata, forse con la segreta speranza di recuperarlo e convertirlo, perché si sente responsabile della di lui salvezza.
Dopo essersi spogliata dei suoi pochi gioielli ed aver messo in vendita addirittura il suo abito da sposa per pagare alcuni tra i tanti debiti contratti dal marito, va mendicando dilazioni dai creditori, trangugiando le umiliazioni che ciò le procura e fermandosi soltanto quando i più spavaldi tra questi osano avanzarle ricatti sessuali.
Nessun aiuto le arriva dai parenti di lui, piuttosto ulteriori amarezze che acuiscono, semmai fosse possibile, il suo senso di completo abbandono. Contestata duramente dal suocero e criticata con acredine dalle due cognate, riesce a trovare un minimo di sostegno solo dalla suocera, che si fa sua complice nel sanare, di nascosto dal marito, qualche debito, le procura qualcosa da mangiare e l’aiuta nell'educazione delle bimbe.
È anche l’unica a sostenere l’attività caritativa di Elisabetta, permettendole di raccattare quello che avanza dai pasti o che le figlie cestinano, perché questa lo possa distribuire ai tanti poveri cui dà assistenza. Perché sua nuora, pur in estrema indigenza, non si ritiene tanto povera da ignorare gli accattoni o da non assistere i malati abbandonati.
Umiliata ma non sconfitta, tradita ma per nulla perdente, Elisabetta riesce a tener testa all'adultero marito costruendosi una propria personalità libera, paziente e misericordiosa, che non si lascia piegare dalle derisioni, dalle privazioni e neppure dalle minacce.
Non per compensazione, men che meno per rivalsa nei confronti di un marito inadempiente sotto tutti i punti di vista, accetta che Gesù venga «a fare da padre e padrone di casa», attraverso una maturazione cristiana che compie grazie all'aiuto di illuminati consiglieri spirituali.
Aderisce al Terz'Ordine trinitario e scopre la sua vocazione nella Chiesa: essere dono di amore in Cristo, animata dallo Spirito, per la gloria del Padre e per la salvezza dei suoi e di tutti gli schiavi e i poveri, a cominciare dal marito, perché è difficile trovare chi sia più di lui schiavo delle proprie passioni e spiritualmente più povero.
Il suo diario, scritto per obbedienza al confessore e pubblicato con il titolo «Nel cuore della Trinità», racconta della sua ascesi, nell'eroica fedeltà ad un uomo che arriva anche a pretendere da lei, sotto la minaccia di un coltello puntato alla gola, un'autorizzazione scritta a frequentare l’amante, nella speranza di scampare così alla galera cui, a quel tempo, andavano incontro gli adulteri e gli immorali.
La denuncia di adulterio parte dalle sorelle, ma a farne le spese è principalmente Elisabetta, per la quale inizia il periodo più difficile e delicato, in cui c’è da temere per la sua stessa incolumità. Amici, parenti e anche qualche confessore le consigliano di abbandonare un marito violento, volgare e pericoloso, che potrebbe anche ucciderla, ma lei ostinatamente rifiuta, sentendosi protetta dalla preghiera e dalla sua intimità con Gesù.
Non lo fa per opportunismo o moralismo, men che meno per motivi economici, avendo ormai raggiunto un’autosufficienza con i suoi lavori di cucito, che le permettono di provvedere da sola al mantenimento della famiglia, marito compreso, ma perché a lui si sente legata per fedeltà al fatidico “sì” pronunciato davanti all'altare.
Sembra che questo suo eroismo, unito ad un’intensa vita spirituale, venga premiato in modo singolare attraverso doni speciali: esperienze mistiche, scrutazione dei cuori, spirito di profezia, poteri taumaturgici che fanno della sua casetta luogo privilegiato per accogliere, consolare, guarire le tante ferite fisiche e morali dei suoi contemporanei.
Naturale è che da lei, già allora considerata la santa paziente delle donne tradite, trovino particolare accoglienza le famiglie in difficoltà. Alle frequenti derisioni e agli scherni del marito, risponde ora con frasi oscure, dal vago sapore profetico: «Ridete, ridete, voi direte la Messa e confesserete», oppure: «Verrà anche per voi la Notte di Natale».
Muore il 5 febbraio 1825, appena cinquantenne. Nei 40 giorni di malattia si accorge che Cristoforo è più presente, magari anche disposto a vegliarla, ma non ha la gioia di vederlo cambiato: invariate sono rimaste le sue abitudini, anche nella notte del 4 febbraio, quando esce per i suoi soliti divertimenti notturni, rientrando come sempre all’alba del giorno dopo.
Quel mattino, però, Elisabetta, non è ad attenderlo, sveglia come sua abitudine, perché è spirata da alcune ore e i singhiozzi senza ritegno davanti al suo cadavere sono la reazione del tutto inattesa di Cristoforo: non lacrime di coccodrillo come si potrebbe malignamente dedurre, ma un pianto purificatore, che sembra voler cancellare i 27 anni di torture che le ha inflitto.
Da quel preciso istante inizia il processo di conversione di Cristoforo, che, si scoprirà in seguito, pochi mesi prima si è visto morire tra le braccia anche l’amante. Da impenitente dongiovanni trasformato nel più irreprensibile vedovo, cerca, nel pianto e nella preghiera, il perdono per il suo passato in un percorso che inizia con l’innamorarsi per la seconda volta di Elisabetta, della quale riconosce che «l’aveva fatta santa con i suoi strapazzi», passa attraverso la pubblica ammenda delle sue colpe affermando che «una simile madre non si trova al mondo, e io sono indegno di esserle stato consorte» e termina con il suo ingresso nei Francescani e la sua ordinazione sacerdotale nel 1834, avverando così la “profezia” della moglie.
Morirà l'8 settembre di undici anni dopo con fama di santo, diventando il miglior capolavoro di Elisabetta Canori Mora, che la Chiesa ha proclamato beata il 24 aprile 1994 insieme a Gianna Beretta Molla: entrambe, secondo l’espressione di Giovanni Paolo II, «donne d'eroico amore».

Fonte/autore: Gianpiero Pettiti

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