Lapidi commemorative

Sulle pareti di fondo, rispettivamente a destra e a sinistra entrando, si trovano due lapidi affisse alle pareti dedicate rispettivamente a don Berna e a papa Giovanni Paolo II.

Lapide don Armando Berna

Lapide don Berna

A don Armando Berna 1904 - 1978

Fondatore e primo parroco di questa comunità
Artefice di codesto tempio
Dedicato a Gesù Lavoratore
Missionario tra gli operai
La comunità parrocchiale riconoscente dedica
27 . 2 . 1988

Don Armando Berna

DON ARMANDO BERNA

4 luglio 1904 - 27 febbraio del 1978

Nasce a Venezia, ai Carmini, il 4 luglio 1904 da Angelo Berna e Stradiotto Maria.
Matura la sua vocazione di sacerdote insieme al suo amico Giuseppe Olivotti, futuro Vescovo Ausiliare di Venezia, coltivando sempre nel suo cuore un desiderio segreto: dedicarsi all'apostolato tra gli operai.
Giovane prete viene a spendere le sue energie all'ombra delle prime realtà della Rana (oggi Ca'Emiliani), vede in questa decisione la volontà di Dio che gli indica in quale campo realizzare la sua vocazione.
Viene a vivere in povertà, come sarà del resto tutta la sua vita, e si impegna subito in un'opera instancabile di aiuto alla sua gente (numerosissimi i posti di lavoro procurati, le case fatte costruire, i diritti difesi), ma allarga subito il suo apostolato alle fabbriche, avvicinando operai e datori di lavoro, portando la sua parola di prete, infuocata d'amore.
E' il Cappellano del Lavoro riconosciuto da tutti. Questo suo impegno lo porterà a solennizzare per primo il 1 maggio come festa cristiana dei lavoratori.
Per la sua gente e per gli operai porta a termine in mezzo a molte difficoltà la grandiosa chiesa dedicata a Gesù Lavoratore che nella sua mente doveva diventare centro di spiritualità per tutto il mondo del lavoro.
Si può dire che si spegne il 27 febbraio del 1978, dopo lunga malattia, perché consumato dal lavoro; non si è mai risparmiato.
La sua figura di sacerdote, tutto rivolto all'apostolato, ancora oggi aleggia in questo mondo in grande trasformazione.
Marghera oggi non è più quella di don Armando Berna, ma anche in questa nuova realtà, la sua figura si staglia netta e capace di caratterizzare un amore donato senza risparmio.


Lapide Giovanni Paolo II

Lapide Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II, 17-VI-1985

In ricordo della visita del papa Giovanni Paolo II
Io vi raccomando questa parrocchia
Intitolata a "Gesù Lavoratore".
Questa parrocchia siete tutti voi.
Questa parrocchia può essere una strada
Per risolvere i problemi umani,
Ma soprattutto un cammino per non lasciare
L'uomo nella disperazione, senza prospettive,
Senza la parola di Dio

DISCORSO INTEGRALE DI GIOVANNO PAOLO II IN OCCASIONE DELLA VISITA PASTORALE SUL PIAZZALE DELLA PARROCCHIA GESÙ DIVIN LAVORATORE

Marghera (Venezia)
Lunedì, 17 giugno 1985

Sono venuto in questa terra veneta per una circostanza specifica: sono 150 anni dalla nascita, a Riese, di Giuseppe Sarto. Giuseppe Sarto, il figlio di una famiglia contadina piuttosto povera. La Provvidenza ha poi guidato meravigliosamente i passi di questo figlio della terra veneta di Riese e lo ha portato a diventare uno dei successori di San Pietro nella sede di Roma: papa Pio X. Anzi, è un Santo Papa, canonizzato dalla Chiesa. Io non posso non ricordare questa circostanza, questa storia, questo cammino, questa chiamata, proprio qui, a Porto Marghera, in un ambiente in cui vivono tanti figli di questa stessa terra veneta.

La situazione è diversa da quella in cui è vissuto e cresciuto Giuseppe Sarto. Ma è sempre la stessa terra, è sempre lo stesso popolo, è sempre la stessa tradizione, sono le stesse radici. Lo volevo ricordare anche davanti a voi, carissimi fratelli e sorelle che costituite una realtà diversa da quella in cui è nato e cresciuto Giuseppe Sarto, diversa anche da quella del tempo in cui egli fu il Patriarca di Venezia, come diverso è l’attuale patriarca: il Cardinale Marco Cè, suo successore dopo Giuseppe Roncalli, che divenne Papa Giovanni XXIII e dopo Albino Luciani. Sono tutti della vostra terra, sono tutti di questo popolo veneto. Non si può separare le finalità del mio viaggio, della mia visita a Porto Marghera, dall’altra legata al centenario di San Pio X. Io le voglio riunire insieme perché solamente così possiamo vedere meglio i problemi di cui abbiamo parlato poco fa.

Un pericolo della cosiddetta questione sociale è quella di strapparla dalle sue radici cristiane. Ci troviamo qui davanti alla Chiesa di Gesù lavoratore, questo deve dirci qualcosa, deve offrirci delle risposte fondamentali. Una è questa: Gesù Figlio di Dio, incarnato, redentore di tutti gli uomini, per tanti anni della sua vita è stato un lavoratore. Il lavoro di Gesù operaio appartiene così all’opera della redenzione dell’uomo, della redenzione divina dell’uomo.

Carissimi fratelli e sorelle, possiamo dire che appartiene alla grande opera della redenzione dell’uomo anche il lavoro umano, qualunque esso sia. Ed è a questo titolo che parlo. Perché io non sono né imprenditore né sindacalista. Sono stato operaio, operaio per molti anni della mia vita, e porto nel cuore una grande stima per ogni lavoro umano, e soprattutto per il lavoro più umile, così come era umile quello di Gesù. Porto questo come iscritto nel mio cuore, nella mia “biografia”, ma se vi parlo vi parlo in nome di Gesù. È a questo titolo vero che io parlo.

Gesù ha compiuto l’opera della redenzione dell’uomo, di tutti gli uomini, attraverso la croce, sì, ma anche attraverso il lavoro. E così il lavoro umano, il vostro lavoro, il lavoro con tutti i suoi problemi appartiene a questa grande, divina opera della redenzione. Per questo la parrocchia che sta qui al centro, una delle parrocchie di Porto Marghera, è dedicata a Gesù, Divin Lavoratore. E io, carissimi, vi auguro di saper inquadrare i diversi problemi della vostra vita umana, italiana, veneta, nell’ottica di Gesù lavoratore, del suo Vangelo, del suo Vangelo del lavoro. È tanto ricco, ci spiega tante cose, ci dà tante risposte; dobbiamo collaborare con lui e con la Chiesa che cerca di mettersi al servizio di Gesù lavoratore e così di mettersi al servizio del lavoro umano. Una cosa coinvolge l’altra. Sono questi i pensieri che volevo affidarvi per completare quello che abbiamo detto prima. Era giusto, era necessario, ma non era ancora completo perché non ero venuto qui tra voi per dirvi soltanto quello. Io adesso intendo pregare con voi il Padre Nostro per esprimere proprio la nostra solidarietà con Gesù, Divin lavoratore, con Gesù crocifisso, con Gesù risorto, con Gesù, Dio-uomo, lavoratore. E vorrei con questa preghiera che ora faremo insieme nel suo nome, con le sue parole, vorrei lasciarvi tutto ciò che costituisce la più profonda ricchezza di ogni uomo, di ogni uomo che soffre per la malattia, come tanti di quelli che ho incontrato in chiesa, e di ogni uomo che soffre a causa dell’ingiustizia.

Sono tanti nei diversi Paesi del mondo gli uomini che soffrono per l’ingiustizia, in vari modi diversi. Conoscere un po’ più a fondo le sofferenze e le ingiustizie del mondo di oggi e i diversi meccanismi che vi sono dietro, è il compito preciso del Vescovo di Roma. Ma dobbiamo superare tutte queste malattie, sofferenze, ingiustizie, con la forza che ci ha lasciato il Divin lavoratore, il Redentore, perché solamente il suo è il vero Vangelo, la Buona Novella. Vi ringrazio per l’accoglienza che avete voluto riservarmi, vi ringrazio per la vostra presenza. Forse non è stato troppo facile essere qui in un giorno di lavoro e per questo vi ringrazio ancor più della vostra presenza. Forse alcuni di voi hanno rinunciato alla ricompensa per le normali ore di lavoro; ma qualche volta si può anche perdere una cosa per guadagnarne un’altra, perché come ci diceva Gesù: “Non di solo pane vive l’uomo”. Voglio infine raccomandarvi questa vostra parrocchia, questa chiesa, questa comunità del popolo di Dio intitolata a Gesù Divin lavoratore. Ma non si tratta di un semplice titolo; si tratta di una realtà stupenda, “Gesù lavoratore”.

Io vi raccomando questa parrocchia, io vi invito ad essere profondamente coinvolti nella vita di questa parrocchia; questa parrocchia siete voi, non solamente noi, sacerdoti, vescovi. Siamo tutti: questa parrocchia può essere anche una strada per risolvere i problemi umani, ma soprattutto un cammino per non lasciare l’uomo senza la parola di Dio. Sì, per non lasciarlo anche senza pane ma soprattutto per non lasciarlo senza la Parola di Dio, per non lasciare l’uomo nella disperazione, senza prospettive; per non lasciarlo nell’odio ma per portarlo verso la giustizia, verso l’amore. L’amore è più grande di tutto! L’amore deve vincere! La soluzione di tanti problemi umani, di tanti problemi sociali si trova proprio in quel libro che si chiama Vangelo. Là vi sono veramente le soluzioni; l’uomo deve vincere nell’amore e con l’amore tutto quello che è contrario all’amore; tutto quello che crea ostilità, odio, ingiustizia deve vincerlo con l’amore nell’amore.

Questo è il messaggio di Gesù Divin Lavoratore. Ho imparato questo messaggio negli anni in cui anch’io sono stato un lavoratore per la prima volta. Successivamente ho cercato di impararlo sempre di nuovo e meglio. L’ho imparato anche essendo già Vescovo di Roma e Successore di Pietro e di San Pio X. L’ho imparato una volta di più anche oggi, incontrando la vostra comunità. Ecco, volevo manifestarvi tutto questo prima di andare via. E adesso alziamo le nostre voci e i nostri cuori insieme con Gesù Divin Lavoratore pregando il Padre nostro che è nei cieli.

Saluto ancora tutti. Il Papa è venuto per tutti, per ciascuno di voi senza distinzioni.

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